Aldo gradimento

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“Era dai tempi di Pierino Prati che non avevamo un centravanti italiano così forte”. Quante volte l’abbiamo sentita, questa frase, quando Pietro Paolo Virdis vinse la classifica cannonieri nel Milan scudettato di Arrigo Sacchi e più ancora quando l’odiato Pippo Inzaghi, da stramaledetto cascatore bianconero, divenne in breve l’amatissimo SuperPippo bomber rossonero. Mi sono spesso chiesto, ai tempi di Pierino Prati, a chi potessero rifarsi i milanistoni in basette e pantaloni a zampa impegnati nel medesimo ragionamento, e concludo che fossero impossibilitati a trovare paragoni calzanti. Perchè il precedente vero grande bomber italiano giocò in rossonero troppo tempo addietro, a cavallo fra gli anni ’30 e ’40. Si chiamava Aldo Boffi, veniva (pure lui) da Giussano ed era detto “il Bombardiere di Seregno”, in quanto il Milan lo prelevò dal club brianzolo che all’epoca veleggiava fra serie B e C. Settant’anni fa, il 25/4/1943, giocò la sua ultima partita con la maglia rossonera, una sconfitta per 3-1 a Livorno.

Del suo passaggio al Milan si occupò personalmente l’allora presidente seregnasco Umberto Trabattoni, che assecondò di buon grado la passione rossonera del giovane Aldo prima di divenire lui stesso presidente del Milan e costruire in seguito lo squadrone del Gre-No-Li, che riporterà finalmente lo scudetto nella Milano rossonera dopo un digiuno di oltre quarant’anni. Ma Boffi il tricolore non lo vinse mai, il Milan in cui militò dal 1936 al 1943 era squadra sostanzialmente mediocre (l’ospizio di Peppino Meazza, per intenderci), eppure entrò comunque di prepotenza nel cuore degli appassionati rossoneri grazie allo stile scarno, alla leggendaria sassata che aveva nel coscione destro ed alle tre classifiche cannonieri vinte consecutivamente, che ne fanno uno dei bomber più prolifici della storia del Diavolo. Con 136 reti in 194 gare ufficiali si piazza alle spalle di Nordahl, Shevchenko, Rivera ed Altafini, e prima di Van Basten. E vanta il record, a tutt’oggi imbattuto in rossonero, di 14 reti in 9 gare consecutive.
E come spesso accade nelle storie pionieristiche, realtà e leggenda finiscono per mischiarsi a più riprese: nato a Giussano nel 1915 e svezzato nelle giovanili della squadra locale prima di passare al Seregno, Boffi fu notato da diversi club di serie A proprio in quanto capocannoniere del campionato di serie B 1934-35, nonostante la retrocessione del Seregno. Ma fu un gol in particolare ad assurgere a fatto di cronaca misto leggenda: come riporta Il Calcio Illvstrato di allora, “Campionato di Serie C 1935-36: a Casale contro i nero-stellati, calcio di punizione. Tira Boffi ed il portiere Ceresa si slancia per la parata. Agguanta la sfera, fa la presa e vola letteralmente in porta. Lui ed il pallone. Una cosa sbalorditiva!“. Quasi un proto-Nordahl, sebbene il Pompierone sarà un autentico sfonda difese in tutti i sensi mentre “l’Aldùn” resterà sempre un classico ed implacabile centravanti d’area, con la lecca pronta e fortissimo di testa. Uno che comunque, in allenamento, non manca di scucire per scommessa mille lire al tecnico Felsner segnando per tre volte da calcio d’angolo. Sergio Barbero, nel libro Lo specchio del diavolo, lo ricorda così: “I tifosi lombardi deliravano per questo armadio che andava in gol come nulla fosse, bruciando le mani al malcapitato portiere di turno. Lui non arretrava, manco da pensare che andasse a recuperare palla sull’avversario a centrocampo; però quando si ritrovava quel cuoio tra i piedi nei sedici metri dall’area avversaria, diventava un fulmine di guerra. Boffi era un tipo da sventola bruciante e fu il primo centravanti rossonero che passò alla leggenda“.

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In seguito ammetterà di rivedersi parzialmente in Gigi Riva detto “Rombo di Tuono”, ma con i necessari distinguo: “Lù el curr pùsè, ma mì s’eri pùsè brau cul cò“. In Nazionale, invece, il centravanti dal ciuffo leggero ed il tiro pesante trova poca gloria: Vittorio Pozzo lo convoca in due occasioni, ma davanti a lui c’è Silvio Piola e lo spazio in azzurro sarà sempre chiuso.
La seconda guerra mondiale abbrevia per forza di cose la sua carriera, che chiude con la maglia dell’Atalanta nell’immediato dopoguerra, ma non ne offusca il mito. E sempre in tema di pionierismo e leggenda, senza voler equiparare epoche totalmente diverse nè fare dello sterile moralismo, sappiano i signorini dall’affaticamento muscolare facile che il ragazzo, nei primi mesi col club orobico, impossibilitato a trasferirsi inforcava la bicicletta a Giussano per pedalare fino a Bergamo, fare gli allenamenti con l’Atalanta e tornare poi a Giussano sempre in bicicletta. E poi, la domenica, tirava le sassate.

PS: qualche anno fa, in quanto ex delle giovanili del Seregno, fui invitato ad un incontro con la nipote dell’Aldùn per la presentazione di un libercolo sul celebre nonno, scomparso nel 1987 (lì fu svelato l’aneddoto della bicicletta). Essendo lei più o meno mia coetanea, non nascondo che ci andai con l’idea fissa dei pronipoti di Aldo Boffi che mi gattonano per casa. Ma lei si presentò col marito.

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  1. Rubo un piccolo spazio su questo articolo solo per complimentarmi E per l’articolo stesso, E per il blog. Credo di non aver ancora letto un vostro singolo post che non sia risultato estremamente interessante. Vivissimi complimenti.

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