Il palo nel deserto

Palo! Cos’è un palo? E’ un apostrofo di legno tra le parole “t’odio”, almeno in questo psicodramma collettivo che è il giuoco del calcio. Parafrasando Stefano Benni, la vita del Paladino illustre è un inferno di solitudini immeritate: il povero Ruggiero Rizzitelli fu giubilato dalla Nazionale dopo un palo timbrato in pieno in una partita da dentroofuori a Mosca, che ci costò la qualificazione all’Europeo 1992 (e forse anche perché, nell’estasi mistica del deliquio, commentò a caldo: “Se quel palo sarebbe entrato era gol”). Quel buon uomo di Gigi Di Biagio ci mise dei mesi a riprendersi dalla traversa scheggiata su rigore a Saint Denis. Gli olandesi ricordano ancora con fastidio le fattezze di Rob Rensenbrink, prima di allora detto “il sinistro di Dio”, associandolo a quel palo pizzicato all’ultimo minuto dei tempi regolamentari della finale mondiale 1978, che avrebbe privato l’Argentina di Videla del suo primo titolo mondiale e chissà, magari avrebbe deviato il corso della Storia.

 

Un palo colpito fa rumore, non passa inosservato, toc!, è sonante e crepitante come un caminetto acceso. Un pallone su un palo produce un suono che non ha meno dignità di quei musicisti di strada che usano come strumenti di percussione le sedie o i bidoni dell’immondizia. Colpire un palo di proposito è impresa titanica, alla portata solo dei grandissimi, tant’è che in una famosa pubblicità Ronaldinho venne mostrato non mentre segnava, ma mentre prendeva con precisione il legno, da una ventina di chilometri circa. Un palo è sempre un quasi-gol e se ci fate caso, nei replay fronte alla porta dietro c’è sempre qualche spettatore che esulta troppo in anticipo. Un palo è soluzione mai banale, che nessuno si spingerebbe mai a prendere in considerazione. Solo davanti al portiere, poco ma sicuro, lo sciagurato Binho l’avrebbe sparacchiata in curva, mentre un qualsiasi Gilardino avrebbe tirato in bocca a Valdes. Un palo è questione di centimetri e ci obbliga a ragionare sulle sliding doors, sulle metro perse o prese al volo, sul telefono che squilla 10 secondi dopo essere usciti di casa, o esservi appena rientrati.

Che questo gran bel dibattito filosofico stia travolgendo da qualche ora M’Baye Niang, il più piccolo, imberbe e indifeso tra i 28 giocatori della nostra rosa attuale, è uno degli aspetti che rendono il calcio così terribile e fascinoso. Dov’eravate voi a 18 anni? Personalmente il sottoscritto era in quinta liceo e si arrabattava in bieche improvvisazioni mentre veniva interrogato in filosofia, e forse anche voi che leggete non ve la passavate tanto meglio. Capirete se non ci va di buttare la croce addosso a un ragazzotto cui si è spalancata all’improvviso la prateria del Nou Camp, lo stadio verticale pieno di 100mila persone che in quel momento te ne stanno urlando di ogni, mentre sta filando dritto dritto al cospetto del portiere della squadra più forte del mondo. E in quei 40 metri di galoppata solitaria ha tanto, troppo tempo per pensare di non essere all’altezza, come un tennista dilettante che sta per fare uno smash a Federer, come un cardinale nel conclave: “Signore, perché proprio io?”.
Oh no, di sicuro nessuno dei suoi compagni lo sta invidiando, in quel preciso istante. Non lo invidia Boateng che preferisce pascolare lungo la linea laterale, non il tremebondo Bojan seduto in panchina, non Abate che forse, preso dal panico, la spazzerebbe in corner. Sono bravi tutti a parlare, dopo. Ma in quel momento? Niang che correva come la Tartaruga di Bruno Lauzi, “come un siluro filava via/che mi sembrava un treno sulla ferrovia”. Ma avvenne un incidente: un palo lo fermò.
Insomma. Di fronte a tutta questa tempesta di pensieri, sentimenti e angosce adolescenziali post-puberali, M’Baye Niang è stato freddo, freddissimo, glaciale. Un bel respiro, ha preso la mira, ha aperto il piattone destro ed è stato preciso, precisissimo, incommensurabilmente preciso: ha colpito il palo. Vi sembra poco? Forza M’Baye, oggi il mondo ride di te, ma la prossima volta ti limiterai a piazzarla all’angolino e il mondo riderà con te. Vedete un po’ voi come il mondo, alle volte, sia profondamente juventino.

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