Addio all’ultimo Cavaliere Jedi

Per alcuni, non doveva proprio tornare. Le minestre riscaldate, il tradimento, non è più quello di una volta, I belong to money. 
Per altri, beh, sì, all’inizio ha fatto sperare, ma il bilancio complessivo è stato una sufficienza stiracchiata.
Per altri ancora, ha riacceso la luce – ma in una casa che cadeva a pezzi.
Il ritorno di Kakà è stato davvero, davvero strano, è stato come uno di quei sequel di film che magari non hanno il passo del primo capitolo, ma a tratti svelano più cose, danno una prospettiva più ampia sulla storia – tipo Il Padrino II, o L’impero colpisce ancora.
Quello che il ritorno del nostro Jedi ha svelato è che attorno a Kakà, rispetto a dieci anni fa, non c’era più il sogno di essere Meravigliosi, tanto per dirla con il termine – dispregiativo (per loro, non potrebbe essere diversamente) con cui si burlavano di noi sulla sponda triste del Naviglio.
E questo, nonostante tra i pochi (anzi, meno che pochi) momenti di emozione vera di quest’anno ci siano stati alcuni dei suoi gol. Poche volte la gente di San Siro si è alzata in piedi ad applaudire in questo campionato. Alcune di quelle poche volte, lo ha fatto per lui.
Ma ecco – a proposito di stadi. Nei prossimi giorni migliaia di persone, molte migliaia, molti di loro milanisti, spenderanno cifre non esigue per vedere in concerto i vecchissimi Rolling Stones, i vecchiacci Black Sabbath, i vecchi Metallica, i vecchiotti Pearl Jam. Sanno benissimo, tutti quelli che andranno, che non stanno andando a vedere una band all’apice del suo gioco. Ma non possono mancare. E non solo per questioni di affetto o nostalgia. Molti di loro, forse c’è anche qualcuno di voi, torneranno a casa esaltati, pensando che comunque rispetto a quanto passa il convento in questo periodo, hanno perlomeno visto uno spettacolo eccellente. E se non altro, non hanno visto qualcuno che gli tiene il muso, che si degna con aria sprezzante di esibirsi per loro (…qualsiasi allusione a Balotelli è voluta, voluta, voluta). 
La discussione tra i proKakà e i controKakà è una discussione che non avrà mai fine. Ci contentiamo di trovargli un inizio. Cioè, i Rolling Stones. Nel senso che nessuno di noi, né gli ottimisti né i pessimisti, si aspettava di rivedere il ragazzo che mandava a cozzare tra loro i difensori del Manchester o quello che mandava in porta Inzaghi col Liverpool. La questione vera, a settembre, era: cosa si poteva chiedere a Ricardo Izecson Kakà dopo la cura-Mourinho?
I numeri dicono: 37 partite giocate, 9 gol: secondo miglior marcatore dopo Balotelli sia in campionato che in Champions League. Era stato preso per quello, per essere il nostro secondo miglior attaccante? Ma no, dai.
I numeri dicono anche: 30 presenze in serie A nonostante il mese di infortunio iniziale, quello in cui rinunciò, in modo un po’ teatrale ma comunque apprezzabile (…pensando a certi suoi compagni) allo stipendio. Kakà è stato uno dei giocatori più utilizzati con De Jong, Balotelli, Montolivo e Muntari. Questo anche quando forse avrebbe fatto meglio a rifiatare. Anche perché, se ricordate, ci sono state partite in cui lo abbiamo visto galoppare forsennatamente a coprire in difesa fino al 90mo, generosamente (sempre pensando a certi suoi compagni) ma perdendo inevitabilmente lucidità in attacco. 
I numeri dicono anche (quanto parlano, ‘sti cavolo di numeri) che il suo ingaggio era terribilmente alto. Visto che il Padrone ormai non mette più soldi, oppure li mette a sprazzi, senza una logica apparente, il tifoso milanista degli anni Dieci ha dovuto farsi ragiunàtt e soppesare non le emozioni, ma i danari. Sospettiamo, e pensiamo che ormai lo abbiano capito anche i lettori cui ci rivolgiamo, che i problemi di bilancio non siano nemmeno i problemi più angosciosi del Milan attuale.
(posto che comunque non sono soldi nostri) (no, perché ogni tanto sembra che)
No, il Milan attuale ha problemi mentali. Disturbi di personalità. Soffre contemporaneamente di schizofrenia, Alzheimer, manie di grandezza alternate a depressione. Si contraddice, si dimentica chi è, un giorno si sveglia lucido, il giorno dopo è un imbecille. Un giorno è femmina e passa di Pato in frasca, il giorno dopo è un geometra pelato che porta i procuratori da Giannino, un giorno dopo ancora è un anziano politico agli arresti domiciliari. Un giorno è su un gommone a pescare, il giorno dopo vuole uova strapazzate, il giorno dopo ancora smania per la bresaola. E voi volete ragionare di numeri, volete essere razionali e aritmetici in questa fase del milanismo? Ma veramente?
La verità complicata è che il ritorno dello Jedi ha fatto parte come tante altre cose di una dimensione che i numeri non possono realmente definire. Se dovessimo provare a identificarla
(e siam qui per questo)
sarebbe una specie di desiderio, di sogno di avere di nuovo un’anima, quella nostra anima, nella stagione in cui hanno provato a farci a pezzi. Il sogno di vedere uno capace di prendere i nostri scazzatissimi miliardari per far provare ai migliori di loro un misto di orgoglio e imbarazzo, perché si rendessero conto – finalmente – a chi era appartenuta la maglia che indossano.
A tratti, è parso funzionare.
Però Kakà ha preso un sacco di pali fatidici, quest’anno. Ne ricordiamo soprattutto uno con l’Atletico Madrid. E uno nel derby. Non decisivo – ma sarebbe stato il gol rossonero dell’anno. Ecco, quei pali sono stati tipo un segno di legno del destino. Il disegno divino, che tante belle robe ci ha disegnato, ha deciso che no, che sarebbe stato troppo facile (…facile hosì!) suggellare la nostra relazione con Kakà con quel momento di apoteosi. Il ritorno dello Jedi non finisce con un lieto fine. Ma magari finisce con una qualche lezione.
Una lezione per lui. Ovvero: lo Jedi è invecchiato, evidentemente. Ed è meglio per lui andarsene ora, lasciando qualche buon ricordo, e non dando occasione a nessuno di farlo sentire un peso. Tipo: “Vattene, così possiamo prendere un ’91 a 12 milioni” (…sempre questo parlare per numeri). Che non sarebbe stato mica carino, alla prima partita grigia, sentirsi rinfacciare, lui che è stato re, di esser stato tenuto in luogo di Taarabt, il piccolo califfo dei primi tempi. E comunque ha dimostrato di essere ancora un giocatore degno di stare in serie A, cosa che probabilmente dopo le umiliazioni al Real Madrid aveva messo in dubbio lui stesso.
Ma c’è una lezione anche per noi. Ovvero: una certa idea di eleganza, di stile, col Milan di oggi non ha a che fare. Il gol nel derby lo ha fatto il badiliere De Jong, non il Pallone d’Oro. The times they are a-changin’: sono tempi per tifosi che invocano gente che mena, che vogliono “gente che ha fame”, e magari persino lo stadio di proprietà, tanto per completare la propria trasformazione in juventini. E purtroppo il Milan si è messo in condizione da non poter contraddire questi pragmatici. Ora come ora hanno ragione loro.
Ma verranno accontentati? Può ben darsi. Se la Primavera di Pippinzaghi fa testo, il Milan che verrà non sarà meraviglioso. Ma forse avrà una voglia molto cacciavite di giocare a pallone. Ecco, ora come ora, ci basterebbe questo. Per i Palloni d’Oro, ecco, riparliamone quando arrivano gli sceicchi.
Perché prima o poi arrivano, giusto? Loro, e i cavalieri Jedi.

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